AIDS
origine - sintomi - virus hiv - diffusione - terapia - prevenzione - test vaccino - prospettive

L’ORIGINE

Il termine Aids deriva da 'Acquired Immuno Deficiency Syndrome', cioè 'sindrome da immunodeficienza acquisita', ed indica una malattia che danneggia le difese immunitarie dell'organismo, rendendolo incapace di difendersi da qualsiasi malattia.
Soprannominato la 'peste del 2000', L'Aids si è diffusa in modo allarmante tra la popolazione mondiale e, nonostante i progressi fatti dalla medicina, le speranze di cura sono ancora poche. 

Due ceppi virali sembrano essere responsabili dell’Aids: HIV-1 e HIV-2. Per il rilevamento di ciascun tipo si sono resi necessari test sierologici differenti. Questi due virus, infatti, pur essendo strettamente imparentati e pur causando la stessa malattia, mostrano differenze in alcune componenti proteiche, che a livello diagnostico ne permettono la distinzione.
Per un breve periodo dopo l’esposizione all’HIV (di solito da quattro a otto settimane), il soggetto risulta negativo ai test sierologici, poiché la risposta immunitaria non ha ancora prodotto anticorpi contro l’HIV.
 

E' accertato che il virus dell'Aids si trasmette da una persona ammalata o sieropositiva a un'altra solo per contatto con alcuni liquidi organici. Le vie di trasmissione più comuni sono quindi:

Da 'Invito alle scienze', Flaccavento Romano, Ed. Fabbri

 


- quella sanguigna, con lo scambio di siringhe infette, aghi o altri strumenti contaminati da sangue e usati da più persone e, sino a qualche tempo fa, attraverso la trasfusione di sangue;
- quella sessuale attraverso lo scambio di sperma o di liquido vaginale tra persone infette;
- quella placentare, da madre infetta al figlio, durante la gravidanza, attraverso la placenta e il cordone ombelicali.
Il virus non è molto resistente: sopravvive poco tempo al di fuori dell'organismo e viene ucciso dal calore (già a 56 gradi), dalle radiazioni Uv e da disinfettanti  abbastanza comuni quali l'amuchina, la candeggina, e l'acqua ossigenata.

SINTOMI

Il virus dell’AIDS presenta un lungo intervallo tra infezione e sintomi. Normalmente l’infezione si sviluppa in 3 fasi. Il primo contatto con il virus può passare del tutto inosservato, o magari come una leggera mononucleosi, con stanchezza, rigonfiamento delle ghiandole del collo, febbre, mal di testa e dolori muscolari. L’infezione può durare da 1 mese a 7 settimane e si manifesta nel 30 - 60% dei casi, poi il virus non dà segni clinici per molti anni. E' quella che veniva definita "fase di latenza" (ma in realtà il virus continua a replicarsi). Si passa infine alla terza fase, di malattia conclamata, in cui possono esserci febbre, diarrea, calo di peso e problemi neurologici. Infine, lo stato di immunodeficienza indotto dal virus HIV può causare gravi infezioni opportunistiche e tumori.
In questa fase, per la determinazione della presenza dell’HIV, possono essere utilizzati altri metodi, che rilevano direttamente la presenza di alcune componenti del virus (e non solo, dunque, gli anticorpi sviluppati dall’organismo contro di esso).

Dopo che il soggetto esaminato risulta sieropositivo, esso può restare in tale condizione per un periodo di tempo anche superiore a dieci anni, senza sviluppare la malattia clinica. Pertanto i centri di cura e di prevenzione della malattia, sotto la supervisione dell’OMS, hanno fissato una definizione ufficiale perché a un paziente siero positivo venga diagnosticata l’AIDS: la conta dei linfociti di tipo T-CD4 deve essere inferiore a 200 cellule per mm3 di sangue; in alternativa, deve essersi manifestata un’infezione tipica della sindrome come la polmonite da PNEUMOCYSTIS CARINII, la candidosi orale, la tubercolosi polmonare o il carcinoma cervicale invasivo. Fino a oggi, 25 malattie sono state descritte come caratteristiche dell’AIDS.

 

Virus dell’immuno deficienza (HIV)

Il virus HIV è un retrovirus umano, costituito da una capsula lipoproteica (formata cioè da LIPIDI associati a PROTEINE), all’interno della quale è contenuto il MATERIALE GENETICO. Sulla capsula, che viene prodotta a spese della cellula infettata, sono presenti numerose molecole, tra le quali una glicoproteina (cioè una proteina associata a ZUCCHERI) chiamata gp120, che riconosce specificamente la molecola CD4, un’importante proteina del sistema immunitario umano, localizzata sulla superficie dei linfociti T. L’interazione tra gp120 e CD4 consente all’HIV di penetrare all’interno di un linfocita T e di moltiplicarsi in tale cellula, fino a causarne la morte.

LA DIFFUSIONE

La prima notizia sull’AIDS venne dagli Stati Uniti d’America, dove i primi ad essere colpiti furono degli omosessuali.Tutto iniziò nel 1981 quando negli Stati Uniti cinque omosessuali maschi che erano precedentemente in buona salute, si ammalarono di un tipo di polmonite assai rara, chiamata "POLMONITE DA PNEOMOCISTYS CARINII".

Nello stesso anno si ebbe notizia di altri ventisei giovani che avevano contratto il sarcoma di Kaposi, una forma di cancro molto rara. Tutti questi uomini erano omosessuali e vivevano in grandi aree metropolitane (New York, Los Angeles, San Francisco). L’arrivo dell’AIDS tra i gay americani, la loro alta frequenza di rapporti sessuali occasionali, il successivo passaggio del virus ai tossicodipendenti nonché l’estrema disponibilità agli spostamenti ed ai viaggi intercontinentali, tipico fenomeno moderno, ne hanno facilitato una rapida diffusione in tutto il mondo.


 

Per quanto, a livello mondiale, il numero dei sieropositivi maschi sia leggermente superiore al numero delle femmine, le adolescenti sono una categoria ad altissimo rischio di infezione. Questo si vede chiaramente nell’Africa subsahariana, che è la regione più severamente colpita dall’HIV/AIDS. In quest'area, dei ragazzi dai 15 ai 19 anni che vengono contagiati, più di 2/3 sono femmine.

 

In Etiopia, Malawi, Tanzania, Zambia e Zimbabwe, nella fascia d’età da 15 a 19 anni, per ogni ragazzo sieropositivo ci sono da cinque a sei ragazze sieropositive. Indagini epidemiologiche condotte in grandi zone urbane dell’Africa orientale e meridionale hanno rilevato che tra i giovani dai 15 ai 19 anni i casi di sieropositività vanno dal 17% al 22% per le femmine e dal 3% al 7% per i maschi.

In Paesi dove esistono epidemie generalizzate di HIV come il Camerun, la Repubblica Centrafricana, oltre l’80% delle giovani tra i 15 e 24 anni non hanno un’adeguata conoscenza dell’HIV.. Anche gli adolescenti informati a volte non prendono precauzioni. L’allarme rimbalza da uno studio condotto da Unicef, Unaids e Organizzazione Mondiale della Sanità condotto in 60 paesi su giovani tra i 15 e i 24 anni. Più della metà ha idee sbagliate sulla trasmissione del virus e forse anche per questo il 50% delle nuove infezioni si verifica in questa fascia d’età, con 6000 nuovi casi al giorno. Si tende a sottovalutare l’utilità del preservativo e degli altri comportamenti preventivi, un atteggiamento che penalizza soprattutto le ragazze.

In Nigeria il 95% delle ragazze dai 15 ai 19 anni ritiene di avere poca o nessuna probabilità di essere contagiate dall’AIDS. Di per sé il matrimonio non offre alle giovani nessuna garanzia di difesa dall’HIV, specialmente quando il marito è molto più anziano. Da un’altra indagine condotta a Kisumu, in Kenya, è risultato che aveva contratto l’HIV quasi la metà delle donne sposate con uomini di almeno 10 anni più vecchi; per contro, non risultava contagiata nessuna donna il cui marito avesse 3 anni più di lei. Un’indagine presso 400 donne che frequentavano la clinica cittadina per malattie sessuali di Pune, in India, ha rivelato che il 25% delle donne erano affette da IST e il 14% erano siero positive. Il 93% di queste donne erano coniugate, e il 91% non aveva mai avuto rapporti sessuali se non con il proprio marito.
Incapaci di negoziare comportamenti sessuali sicuri, molti giovani donne sposate possono essere più vulnerabili all’HIV/AIDS e alle malattie trasmesse sessualmente di quanto non lo siano le ragazze non sposate.

A Lusaka (Zambia), la diffusione dell’HIV nella fascia d’età dai 15 ai 19 anni è scesa dal 28% del 1993 al 15% del 1998. Inoltre si registra un uso più diffuso di profilattici e l’abitudine ad avere meno partner sessuali, effetti attribuiti a un intenso programma creato per insegnare ai giovani le competenze sociali e a fornire assistenza sanitaria.
Le persone colpite dal virus passeranno dagli attuali 14-23 milioni di casi conclamati a 50-75 milioni nel 2010. La diffusione dell’epidemia rischia di incidere seriamente sulla struttura economica, sociale, politica e militare di ciascuno dei cinque paesi (Nigeria, Etiopia, Russia, India, Cina). In Nigeria l’epidemia di AIDS potrebbe scatenare tensioni politiche che indebolirebbero il ruolo nigeriano nel mantenimento della pace in Africa per conto dell’ONU. In Etiopia molti soldati hanno contratto il virus durante la guerra civile degli anni '80, avendo rapporti sessuali con molteplici partner. Nel 1991, a guerra terminata, migliaia di soldati e di prostitute hanno fatto ritorno alle loro case diffondendo il virus e l’AIDS nei villaggi e nelle città, e la minaccia del contagio è andata pericolosamente aggravandosi.

Il virus si è inoltre adattato progressivamente a popolazioni differenti, mescolandosi e ricombinando il proprio materiale genetico con quello di altri "simili" di sottotipi diversi. Alla fine di questi processi di ricombinazione genetica si creano virus con caratteristiche miste, in cui risultano modificate anche le proteine che rendono l'HIV riconoscibile da parte del sistema immunitario che potrebbero diventare l’obiettivo della vaccinazione. E il fenomeno non risparmia l’Italia. Il virus HIV attaccherebbe preferibilmente specifiche cellule del sistema immunitario, i globuli bianchi chiamati linfociti Cd4-helper. Il virus sarebbe in grado di selezionare esclusivamente quegli specifici Cd4 deputati proprio a mantenere la memoria del nemico penetrato nell’organismo e ad avvisare il resto del sistema immunitario purché questi reagisca.

 

fotografie da Science Photo Library/Neri

Questa "furbizia" del virus è stata dimostrata controllando il sangue di 12 sieropositivi, nel quale si è visto che i Cd4 specifici contro l’HIV avevano al loro interno una quantità di virus più alta da 2 a 5 volte rispetto ad altre cellule del sistema immunitario. 

Mentre diversi virus simili all’HIV passano all’esterno della cellula nelle fasi di replicazioni e quindi possono essere attaccati dalle strutture difensive dell’organismo, il virus dell’AIDS rimane una sorta di "trincea" inattaccabile anche quando passa da una cellula all’altra. Addirittura, quasi fosse dotato di una sorta di "intelligenza" autoprotettiva, aspetta che due cellule del sistema immunitario si avvicinino per migrare da una all’altra e duplicarsi senza entrare nel sangue. Ma per parlare di vaccini combinati efficaci ci vorrà ancora tempo, visto che la sperimentazione è agli inizi. Alla inquietante "invulnerabilità" dell’HIV si aggiunge un dato allarmante: nel mondo la maggioranza dei giovani non sa come si trasmette il virus né come proteggersi.

TERAPIA

Nonostante queste difficoltà, la ricerca sul vaccino va avanti anche perché potrebbe essere sufficiente una protezione limitata, magari tra il 10 e il 30%, per tentare di arginare l’epidemia di AIDS in Africa. Non c’è solo l’obiettivo di arrivare a un vaccino preventivo, capace di evitare l’infezione in chi entra in contatto con il virus, ma anche di pervenire ad un vaccino "terapeutico", che possa essere associato alle terapie antiretrovirali al fine di aumentare la "resistenza" del sistema immunitario nei confronti dell’HIV. Tat di HIV - 1 un bersaglio ottimale. Questa proteina, necessaria per la replicazione del virus, è in grado di indurre una risposta immunitaria verso se stessa ed è presente in tutti i vari sottotipi di HIV - 1. Presso tre centri clinici si sottoporranno dei volontari (50 sani e 50 sieropositivi) a quello che è il primo tentativo sull’uomo: lo scopo è quello di verificare se il vaccino può avere sia un effetto preventivo sia un effetto terapeutico. Per verificare la non innocuità sull’uomo si vorranno 6 mesi, mentre per valutare risposta immunitaria ed efficacia serviranno da 5 a 7 anni.
La grande lobby dell’industrie farmaceutiche ribattezzata "Big Pharma", intentato una causa contro il governo sud africano per impedire l’auto produzione e l’importazione a basso costo dei medicinali per combattere l’AIDS. Una legge del 1997 infatti autorizzava le industrie sud-africane ad autoprodurre i farmaci per curare l’AIDS senza doverli acquistare a costi elevatissimi, dalle multinazionali farmaceutiche. Dei 36,1 milioni di persone che nel mondo sono affette dall’HIV circa il 25,3 milioni vivono in Africa. Le campagne di prevenzione sono scarse, ancor più esegui i finanziamenti dei governi locali e dei paesi del ricco occidente.
Ma è davvero inesorabile il destino di tante regioni del mondo colpite dalla morsa della malattia?
Il problema relativo ai farmaci per la cura del virus di natura economica. Gli altissimi costi da sostenere (un anno di terapia si aggira tra i 10 e i 15.000 dollari ) si scontrano con la povertà in molti Paesi africani, in cui la spesa media annuale per l’assistenza sanitaria è di 10 dollari a persona. Inoltre poche persone possono accedere ai test per sieropositività, mentre proprio in Africa si svolge gran parte delle sperimentazioni di nuovi farmaci.

Ciò che scandalizza è che il continente africano, con il 70% delle infezioni dell’intero pianeta, copre solo l’1% del mercato mondiale dei farmaci, contro l’80% rappresentato da Usa, Europa occidentale e Giappone. Già nel 1996 due laboratori tailandesi produssero il "floconazolo", un farmaco in grado di contrastare alcune patologie associate all’AIDS. Anche il quel caso, la Pfizer che produce il farmaco e ne detiene il brevetto, ottenne l’intervento degli Stati Uniti che minacciarono estorsioni economiche contro la Thailandia: la produzione del medicinale venne ritardata di due anni. Nell’ultimo periodo molte società produttrici, anche su invito delle Nazioni Unite, si sono impegnate a praticare riduzione di prezzi dei farmaci per la cura dell’infezione.

Nonostante questi provvedimenti, le terapie per contrastare l’AIDS restano ampiamente fuori dalla portata dei Paesi più poveri, dove, non a caso, si concentra la maggior parte delle infezioni. Le case farmaceutiche stanno sfruttando la drammatica situazione sanitaria che esiste nei Paesi in via di sviluppo. L’AIDS oggi provoca più morti di qualsiasi guerra, carestia o calamità naturali. La crescita economica  è stata minata e le risorse sono tutte destinate alle conseguenze di questa pandemia.
L’AIDS è agli occhi di tutti un disastro, che cancella i traguardi conquistati nel passato e sta sabotando il  futuro di queste popolazioni. La priorità del governo sud africano e dei paesi dell’intero continente deve essere oggi di riuscire e prevenire l’espandersi del virus e dare medicine agli ammalati.
Le ONG hanno dichiarato la vittoria processuale del governo sud africano contro le compagnie farmaceutiche multinazionali: ciò ha significato un miglioramento dell’accesso a farmaci meno costosi.
"Il governo del Sudafrica può avere bisogno di aiuti finanziari internazionali per fornire una terapia, ma questi bisogni saranno ridotti in modo drastico se il governo prende i provvedimenti necessari per l’utilizzo dei farmaci meno costosi disponibili a livello mondiale, considerato che le società farmaceutiche per questi farmaci hanno ancora dei prezzi molto alti", dice Dan Mullins di Oxfam. Il popolo sudafricano alla storica vittoria di Pretoria, ha commentato così la resa delle multinazionali farmaceutiche che hanno abbandonato la causa giudiziaria contro il governo sud africano per i medicinali anti-aids a basso costo. Da una parte c’era Nelson Mandela, che ha lottato per stroncare il monopolio delle 5 case farmaceutiche (Big Pharma). Dall’altra parte c’erano le 39 aziende farmaceutiche internazionali che si erano rivolte al tribunale per impedire di importare medicinali a basso costo. Ha vinto Mandela.
Gli accordi TRIPS (Trade Related Intellectual Property Rights) prevedono, in caso di emergenza sanitaria di scavalcare l’esclusività dei brevetti. Quanto avvenuto in Sudafrica potrebbe permettere di ammorbidire la copertura brevettale dei farmaci anti -AIDS, in modo da portare a una sensibile riduzione dei costi di questi medicinali.

PREVENZIONE

L'UNICEF ha lanciato un vasto programma di prevenzione e assistenza in favore di bambini orfani dell'AIDS nello Zambia. Le misure di prevenzioni mirano a limitare la diffusione del virus HIV fra i più giovani, tramite programmi di informazioni di educazione circa le misure per evitare il contagio. Saranno istituiti servizi ambulatoriali per le donne sieropositive, mentre il personale medico e infermieristico riceverà una specifica formazione sui problemi connessi all'AIDS.

Il progetto prevede anche l’utilizzo di appositi farmaci "antiretrovirali" che impediscono la trasmissione del virus dalla madre al bambino, come l'AZT e il Nevirapine, attualmente irreperibili in Zambia. Il progetto è particolarmente innovativo perché il Nevirapine sembra garantire ottimi livelli di riduzioni del contagio a costi molto bassi e potrebbe rivelarsi in futuro un vero proprio farmaco salva vita per milioni di bambini. Dal punto di vista all'assistenza, l'UNICEF interviene nei villaggi devastati dall'epidemia aiutando le comunità locali per garantire i servizi igienici. L'Africa presenta la più alta percentuale di bambini orfani. Nel 2001 oltre 34 milioni di bambini dell'Africa sub- sahariana risultavano orfani, un terzo dei quali in conseguenza dell'AIDS. A causa dell'AIDS il numero di orfani sta aumentando drammaticamente e si prevede che, entro il 2010, i bambini orfani saranno oltre 42 milioni, 20 dei quali - ossia quasi il 6% dei bambini africani - resterà orfano a causa dell'AIDS. Nel 2001, in 12 paesi dell'Africa sub- sahariana si registrava il 70% dei bambini rimasti orfani. I 3 paesi maggiormente popolati Nigeria, Etiopia e Rep. Democratica del Congo presentavano il maggiore numero di orfani. L'organizzazione delle Nazioni Unite per la lotta all'AIDS porta avanti una serie di interventi mirati a prevenire, a livello mondiale, la trasmissione dell'AIDS, fornendo cure e assistenza. L’UNICEF, l’agenzia delle Nazioni Unite che - grazie ai suoi 161 uffici sparsi in tutto il mondo - tutela i diritti e il benessere dei bambini e degli adolescenti, è in prima linea nella lotta alla diffusione dell’AIDS. Dal momento che l’AIDS colpisce prevalentemente i giovani, l’UNICEF ha posto la lotta all’AIDS tra le cinque priorità da realizzare nei prossimi anni. L’UNICEF, in particolare, si dedica alla prevenzione della malattia tra i giovani, alla prevenzione della trasmissione madre - figlio e a garantire le cure e il sostegno necessario a beneficio di tutti quei bambini che sono afflitti dal dramma dell’AIDS. La speranza di vita è scesa ad appena 40 anni (in Italia è di 78 anni); la mortalità infantile ( 0 a 5 anni) è giunta a un tasso di 202 decessi ogni 1.000 nati (in Italia è di 6 su 1.000), e la percentuale di bambini orfani è ormai la più alta del pianeta, assieme a quella dell’Uganda, ed è in continuo aumento. Normalmente, i bambini senza genitori vengono "adottati" dai nonni o da altri parenti prossimi. Ma neppure il tradizionale sistema della "famiglia allargata" è più in grado di offrire cure e protezione a tutti i bambini e i ragazzi che rimangono orfani, e nelle città sono ormai decine di migliaia i "bambini di strada" abbandonati a sé stessi ed esposti a ogni genere di pericoli che ne mettono a rischio la sopravvivenza.

TEST VACCINO

Da ‘Repubblica’ del 13 febbraio 2003

‘Parigi, primi test sul vaccino che cura l’AIDS’

A Boston è stato annunciato che un gruppo di ricercatori francesi ha messo a punto un ‘vaccino curativo’ che sarebbe in grado di bloccare la malattia nelle persone già sieropositive. Un primo test su 118 pazienti ha fornito risultati molto positivi poiché sembra aver funzionato nel 25% dei casi. A differenza del vaccino preventivo che impedisce sul nascere l’infezione, quello curativo elaborato dagli scienziati francesi, punta a stimolare le risposte di difesa immunitaria specifica contro il virus dell’Aids nei soggetti già infettati. La scoperta potrebbe portare alla produzione di un vaccino anti-Aids ‘totalmete efficace nel giro di tre-cinque anni.

PROSPETTIVA

Oggi l’1% degli adulti del mondo è affetto da Aids, ma il tasso è 8 volte più alto nell’Africa Subsahariana e l’ONU stima che in 7 Paesi di quella regione il livello di diffusione raggiunga il 20%: una nazione in una situazione simile perde un punto percentuale di PIL ogni anno. 4 morti per Aids su 5 sono nell’Africa Subsahariana, dove i trattamenti farmacologici sono praticamente impossibili per i costi elevati. Poiché la malattia uccide persone ancora giovani, le conseguenze sociali ed economiche sono devastanti; l’Aids riduce il rapporto tra lavoratori e persone a carico, figli e anziani, aggravando il carico di chi sopravvive. Si prevede che entro il 2010 il numero degli orfani raddoppierà e aumenterà il numero dei bambini costretti a lavorare e aiutare in casa, anziché andare a scuola. Anche a livello economico le ipotesi sono negative perché l’ONU stima che la crescita pro capite diminuisca dello 0,5% -1,2% l’anno.